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Il ruolo vitale degli agricoltori nella società di oggi

Meno del tre per cento degli occupati produce quello che mangiano tutti gli altri e tiene in ordine metà del territorio nazionale. La sproporzione spiega buona parte delle tensioni degli ultimi anni.

Ruota posteriore fangosa di un trattore accanto a un filare di lattughe appena trapiantate (immagine generata con AI)AI
Il lavoro agricolo produce cibo e, insieme, manutenzione del suolo: solo il primo viene pagato. Immagine generata con AI

Tre mestieri in uno

Chi coltiva fa contemporaneamente tre cose. Produce cibo, ed è la sola per cui viene pagato. Mantiene il territorio: canali puliti, versanti presidiati, sentieri percorribili, boschi che non avanzano sui prati. Gestisce risorse comuni, cioè acqua, suolo e biodiversità, con scelte che ricadono su tutti.

Anche i registri di impresa fotografano solo il primo: una realtà come la stella degli agricoltori compare con il suo fatturato, non con i versanti che presidia. La contabilità nazionale registra il primo mestiere e ignora gli altri due. Da questa asimmetria nasce quasi ogni conflitto recente fra agricoltura e politica pubblica: si chiedono funzioni ambientali crescenti a un settore remunerato solo per il volume di prodotto.

I numeri, senza retorica

Le aziende agricole italiane sono poco più di un milione, un terzo in meno rispetto a dieci anni fa, su una superficie coltivata rimasta quasi invariata. Gli occupati del primario stanno attorno al tre per cento, ma la filiera agroalimentare completa, con trasformazione e distribuzione, supera il milione di persone.

Il dato che spiega meglio la fragilità è un altro: la dimensione media resta sotto i dodici ettari, contro le sessanta della Francia. Un'azienda piccola ha meno potere contrattuale, meno accesso al credito e meno capacità di assorbire un'annata cattiva.

piante rampicanti da esterno (immagine generata con AI).AI
Muri e pergolati coltivati: la manutenzione del verde e parte del lavoro agricolo, anche quando non produce reddito. Immagine generata con AI
Canale d'irrigazione lungo il bordo di un campo, sponde ripulite, acqua in movimento, pioppi in lontananza (immagine generata con AI)AI
Manutenzione dell'acqua: un lavoro che nessuno paga a listino. Immagine generata con AI

Il prezzo e la catena

Su molte filiere il produttore incassa una frazione del prezzo finale. Il divario non è una malvagità della distribuzione: è il risultato di una catena in cui logistica, conservazione, confezionamento e vendita hanno costi reali. Il problema è la ripartizione del rischio: quando il raccolto va male, il costo resta a monte; quando i costi salgono, il listino si adegua con mesi di ritardo.

Due strumenti spostano concretamente l'equilibrio. Il primo sono i contratti di filiera pluriennali con prezzo minimo garantito. Il secondo è la vendita diretta, che sposta al produttore l'intero margine commerciale in cambio di tempo e organizzazione. La cooperazione serve esattamente a rendere possibile il secondo per aziende che da sole non ce la farebbero: è la logica dei mercati a filiera corta.

Chi paga il presidio del territorio

Un versante coltivato assorbe acqua, trattiene suolo e riduce il rischio di frana. Un versante abbandonato fa il contrario, e il costo si scarica sui comuni a valle. La politica agricola comune riconosce pagamenti per pratiche ambientali e per le aree svantaggiate, ma restano una compensazione parziale.

Nelle valli prealpine il conto è visibile: dove le aziende zootecniche hanno chiuso, il bosco ha ripreso i prati in vent'anni, con effetti su incendi, fauna e regimazione delle acque. Non è un giudizio estetico: è una questione di manutenzione.

Il ricambio generazionale e l'accesso alla terra

I titolari under 40 sono circa il nove per cento, ma conducono aziende più grandi della media e più orientate alla diversificazione: trasformazione in azienda, agriturismo, vendita diretta. Il vincolo non è la formazione, che oggi è accessibile, né il credito, coperto in parte dalle garanzie pubbliche.

Il vincolo è la terra. Il prezzo dei terreni agricoli in Lombardia resta fra i più alti d'Europa e gran parte della superficie è in mano a proprietari non coltivatori. Le vie praticabili sono l'affitto pluriennale registrato, la prelazione agraria per chi coltiva da almeno due anni, e le banche della terra regionali che intermediano fondi pubblici incolti.

Cosa cambia se cambia il consumatore

Le scelte di spesa spostano poco nel breve e molto nel lungo. Comprare di stagione riduce il costo ambientale e sostiene chi coltiva in pieno campo. Comprare direttamente sposta margine al produttore. Comprare tagli e varietà meno richiesti riduce lo scarto, che nella filiera ortofrutticola resta una delle voci più pesanti.

Nessuna di queste azioni risolve il problema del prezzo, e nessuna richiede di crederci. Sono decisioni misurabili sulla spesa di una settimana.

Domande frequenti

Quanti sono gli agricoltori in Italia?

Le aziende agricole censite sono poco più di un milione, in calo di circa il trenta per cento in dieci anni, mentre la superficie coltivata resta quasi stabile: significa aziende più grandi e meno numerose. Gli occupati del settore primario si collocano attorno al tre per cento del totale. La dimensione media resta sotto i dodici ettari, contro le sessanta della Francia: è il dato che spiega meglio la debolezza contrattuale.

Perché i produttori protestano sui prezzi?

Perché il prezzo alla produzione e il prezzo al consumo si muovono in modo indipendente. Su molte filiere il valore che arriva all'azienda agricola è una frazione dello scontrino, e i costi di energia, carburante e fertilizzanti si sono mossi molto più rapidamente dei listini di vendita.

Che cosa sono i servizi ecosistemici?

Le funzioni che un'attività agricola svolge oltre alla produzione: regolazione delle acque, mantenimento del suolo, presidio contro il dissesto, conservazione degli habitat, gestione del paesaggio. Alcuni pagamenti della politica agricola comune remunerano queste funzioni, ma il mercato del cibo non le prezza.

L'agricoltura italiana è sostenibile?

Non è una domanda con una risposta unica: convivono aziende biologiche di piccola dimensione e sistemi intensivi ad alto uso di input. L'Italia ha la più alta superficie biologica dell'Unione in percentuale, oltre il diciotto per cento, e allo stesso tempo aree con forte pressione su acqua e nitrati.

Il ricambio generazionale sta funzionando?

In parte. I titolari sotto i quarant'anni restano una minoranza attorno al nove per cento, ma le aziende condotte da giovani sono in media più grandi, più diversificate e più propense alla vendita diretta. Il vincolo principale non è la voglia di fare, è l'accesso alla terra. Le banche della terra regionali intermediano fondi pubblici incolti e sono lo strumento più concreto contro il prezzo dei terreni.

Che cosa può fare concretamente un consumatore?

Quattro azioni con effetto misurabile, in ordine di peso. Comprare di stagione, che evita serra riscaldata e trasporto aereo, le due voci più pesanti dell'impronta alimentare. Comprare direttamente da chi produce almeno per una parte della spesa, che sposta il margine commerciale al campo. Ridurre lo spreco domestico, la voce su cui una famiglia ha controllo diretto. Scegliere anche tagli, calibri e varietà meno richieste, che nella filiera ortofrutticola sono lo scarto più grande.